L’intelligenza artificiale è un predatore o una forza positiva? Una riflessione con la storia di Moby Dick
L’arrivo di ondate tecnologiche, come l’AI generativa, ha cambiato le regole del gioco, ponendo un quesito fondamentale: l’intelligenza artificiale è un predatore o una forza positiva? Quando è arrivata ha portato con sé anche tutti i suoi misteri, in particolare sulla trasparenza dei dati e su quanto le aziende fossero pronte a integrarla.
Oggi il successo di un progetto di intelligenza artificiale non si misura solo in termini di risparmio, ma anche di conoscenza. Per navigare con successo in questo oceano, è cruciale bilanciare l’investimento su sei elementi chiave, che ricordano molto da vicino la storia di Moby Dick, ovvero l’ossessiva caccia del capitano Achab alla balena bianca di nome Moby Dick, che gli ha strappato una gamba. Innanzitutto serve una strategia chiara, il cannocchiale, necessaria a definire il perché si parte con il progetto: insomma, le motivazioni prioritarie dell’investimento. La nave è l’organizzazione stessa, mentre i processi aziendali sono le rotte da armonizzare affinché i dati possano parlarsi e consentire la navigazione. Le persone, ovvero l’astrolabio, sono essenziali per interpretare i risultati e correggere la rotta, mentre i modelli e algoritmi, i ramponieri, sono gli strumenti tecnici che connettono l’azienda con l’intelligenza artificiale.
Tuttavia, il vero rischio di fallimento dei progetti AI – stimato intorno al 50% – risiede nella mancanza di una cultura corretta. Per questo, è fondamentale lavorare su tre “C”: Cultura, Competenze e Contesto. La cultura aziendale è il substrato su cui l’AI deve crescere, le competenze sono l’equipaggio nella sua completezza, non solo il capitano Achab, e il contesto è cruciale, poiché un progetto può funzionare in un punto e fallire in un altro, a seconda dell’interazione nel sistema complesso.
Abbiamo parlato di questi argomenti qualche giorno fa insieme a Fabio Candussio, durante il Digital Day di CUOA Business School, durante una tavola rotonda con Cecilia Rossignoli, Fabio Ferrari, Francesca Lavoriero, Alessandro Masato e Anna Maule.
E di nuovo la storia di Moby Dick ci ha ispirato il giusto – bellissimo e terribile – epilogo: alla fine del romanzo l’uomo non sconfigge il mostro, perché Moby Dick distrugge la nave, uccide Achab e quasi tutto il resto dell’equipaggio. Solo il narratore, Ismaele, sopravvive per raccontare la storia. Nel nostro viaggio – con o contro l’intelligenza artificiale – dobbiamo evitare l’ossessione che porta al naufragio. Il mare è pieno di balene, ed ogni azienda può scegliere la sua: deve solo capire se la balena le interessa per fare business o se persegue solo l’ossessione di catturarla, forse perché ancora non l’ha compresa.
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